La Betania Saphsaphas
Lo scrittore del VII secolo Giovanni Mosco narra la storia dell’esperienza personale di un monaco nelle grotte monastiche (Laura) dell’area. Durante il suo pellegrinaggio al Sinai passando per Ayla (Aqaba), nel sud, un monaco del monastero di Sant’Eustorgio a Gerusalemme attraversò il fiume Giordano, fu colpito da una violenta febbre e dovette rifugiarsi in una grotta a Betania oltre il fiume Giordano.
Tre giorni dopo, San Giovanni Battista gli apparve in sogno e cercò di dissuaderlo dal proseguire il pellegrinaggio. Giovanni disse al monaco: “Questa piccola grotta è più grande del monte Sinai. Nostro Signore Gesù Cristo stesso è venuto qui a farmi visita”. Convinto e ristabilitosi dalla malattia, il monaco trasformò la grotta in una chiesa per gli eremiti che vivevano nella zona. “È il luogo chiamato Laura di Saphsaphas, vicino al Giordano”, conclude Giovanni Mosco.
Esistono molte altre leggende sulle grotte e sugli eremiti che vivevano nella zona. Una fu narrata da Antonino Martire, pellegrino di Piacenza, intorno al 570 d.C.: “Sulla riva del fiume Giordano c’è una grotta con celle per sette vergini. Hanno persone all’esterno che si prendono cura di loro. Le vergini vengono condotte lì quando sono molto giovani. Quando una di loro muore, viene sepolta nella sua cella e un’altra cella viene scavata nella roccia, affinché un’altra ragazza possa sostituirla e il numero delle vergini rimanga sempre sette. Con grande riverenza entrammo nelle grotte per pregare, ma non vedemmo il volto di nessuna di loro. Si dice che in questo luogo sia conservato il panno che il Signore portava sul volto. Su entrambe le rive, sotto le montagne, vi sono serpenti dai quali si preparano antidoti contro l’avvelenamento”.

